Siracusa, città di luce #2

Ortigia è un’isola stratificata. Ne sono sempre più convinto man mano che mi avvicino a piazza Duomo.  Tra grotteschi mascheroni, stucchi e volute, fanno capolino bifore e archi a sesto acuto, silenziosi testimoni di un Medioevo di cui si parla poco, in quest’angolo di Sicilia. Si dice che il violento terremoto che nel 1693 si abbatté sul Val di Noto ridusse in macerie città e paesi interi, costringendo gli abitanti superstiti a un drastico ripensamento architettonico. Un barocco d’emergenza, plasmato su ispirazione dei grandi modelli europei adoperando mani e materiali locali, prese qui il sopravvento. Gli artigiani, che per millenni avevano modellato la tenera pietra, non si tirarono indietro neanche stavolta, e arricchirono i modelli stranieri del loro estro creativo.

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Il nuovo va così a sovrapporsi al vecchio, creando un mix architettonico che trova la sua massima espressione nella Cattedrale di Siracusa, che è stata tempio, chiesa bizantina, normanna, barocca e rococò, persino moschea. Si staglia davanti a me maestosa, al centro di una piazza a forma di teatro. E lei, inutile dirlo, è l’attrice protagonista. Un’attrice trasformista, capace di cambiar abito da un momento all’altro.

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Ecco, sto qui, di fronte al sagrato: cosa vedo? Ovvio. Una chiesa cattolica: il tripudio di santi, angeli e madonne che ne carica la facciata è inequivocabile. Poi mi sposto ad angolo, verso via Minerva, e tutto cambia. Riesco a scorgere l’antico tempio dorico dedicato ad Athena nel 480 a.C., dopo la vittoria dei Siracusani sui Cartaginesi ad Himera. Crepidoma, colonnato, metope e triglifi: non manca nulla. Immagino i colori sgargianti delle sue decorazioni, lo scudo della dea cesellato nel bronzo al centro del frontone. I marinai potevano scorgerlo dal mare e orientarsi, mentre i pellegrini, raggiunta quella che un tempo era l’acropoli, si muovevano tra le colonne per lasciare preghiere e doni. Accarezzo una delle colonne che portano le cicatrici del sisma del 1693: sono ancora al loro posto, nonostante tutto, dopo ben 2500 anni. Se solo potessero parlare…

Le commistioni, a Siracusa, coinvolgono anche i culti religiosi. Santa Lucia, oggi patrona della città, ha molto in comune con la divinità tutelare dell’antica polis, Artemide: gli occhi cerulei, un’attenzione speciale nei confronti delle donne, la fiamma che illumina il percorso della vita, la quaglia come simbolo. La parola Ortigia, in greco antico Ὀρτυγία , significa proprio “terra delle quaglie”, e solo a Siracusa esiste una festa intitolata ad una Santa Lucia delle Quaglie. Non a caso, l’evento si svolge all’inizio di maggio, nello stesso periodo in cui anticamente si svolgevano le Artemisie, solennità religiose dedicate alla dea della caccia.

Non sono solo pagani e cristiani ad aver calcato il suolo di questa città. Anche i Giudei occuparono un lembo dell’isola, quello orientale, ricco di falde freatiche e affacciato sul mare, tutto proteso verso Gerusalemme. Dall’età bizantina fino al 1492, anno in cui Ferdinando il Cattolico promulgò l’editto di espulsione degli Ebrei dai territori spagnoli, la Giudecca di Ortigia ospitò una delle più floride comunità ebraiche della Sicilia. Non rimane più nulla delle loro case, delle botteghe, dell’ospedale e delle sinagoghe che dovevano popolare il quartiere. Molti edifici vennero distrutti o stravolti; i nomi delle strade sostituiti, quasi a voler cancellare il ricordo del popolo che li aveva abitati a lungo. Una damnatio memoriae in piena regola. Ma Ortigia ha il potere di salvare, inglobandoli, interi secoli di storia. È un miracolo che si ripete anche qui, tra queste stradine e dentro le sue strutture, come nella vicina Chiesa di San Filippo Apostolo.

Entro dentro. Di primo acchito non è molto diversa dalle tante chiese tardo-barocche della Sicilia orientale. Una scaletta attrae la mia attenzione, assieme ad un foro nel pavimento coperto da una lastra di vetro. La scalinata, mi spiegano i simpatici ragazzi che si occupano delle visite, conduce alla cripta della chiesa, realizzata nel corso del Settecento dalla confraternita della parrocchia, detta anche “Confraternita della buona morte”. Il nome non fa che accrescere la mia curiosità. Decido immediatamente di farmi guidare in questo viaggio sotterraneo.

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Scendiamo al buio e, illuminati da una torcia, raggiungiamo una piccola cripta. Sui muri, una moltitudine di teschi dipinti nelle posizioni più svariate, quasi una macabra ghirlanda. Ma non di ghirlanda si tratta, bensì di un vero e proprio shooting ante-litteram, in cui la crozzetta viene raffigurata mentre rotola da una parte all’altra della stanza, collegando così le iscrizioni latine che sormontano altri due ambienti, in cui si vedono lastre ed epigrafi sepolcrali. “Fuimus sicut vos…”, da una parte. “Eritis sicut nos”, dall’altra. “Noi siamo stati come voi. Voi sarete come noi”. Mi sposto verso l’uscita e mi imbatto in altri due scheletri dipinti. Confraternita della buona morte, eh?

Ma la mia discesa è solo all’inizio. Un’altra scala mi porta più giù, dentro un nuovo racconto, fatto di gallerie e pozzi scavati nella roccia.  È un’Ortigia sotterranea, quella in cui mi trovo, non meno multiforme di quella che ho lasciato fuori. Mi parla di acquedotti greci riutilizzati durante la seconda guerra mondiale come rifugi antiaerei: i suoi muri, simili a pagine, recano ora i segni degli scalpelli antichi, ora i disegni e le scritte di persone costrette a trascorrere qui dentro interminabili momenti. La Storia, quella solenne, da manuale, qui si incrocia con la quotidianità di chi l’ha vissuta davvero.

 

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Dulcis in fundo, giungo all’ultimo livello: un pozzo colmo di acqua sorgiva, molto probabilmente un miqweh ebraico, cioè un bagno destinato ai riti di purificazione. Sollevo lo sguardo verso l’alto e solo adesso mi rendo conto di trovarmi in corrispondenza del foro che avevo notato nel pavimento della chiesa. Tutto ritorna, proprio come in un romanzo. E l’epilogo, non poteva essere dei più suggestivi.

Ritorno alla Giudecca contemporanea, dove è quasi ora di pranzo. I vecchietti che avevo lasciato seduti alle panchine a crogiolarsi al sole si spostano lentamente verso le case, le cui finestre aperte lasciano correre vapori, profumi di salse e sfrigolii di padelle: odore di cose semplici e buone da mangiare, odore di infanzia.

Una ragazza dipinge dei vasi all’interno di una piccola bottega, un vero e proprio antro delle meraviglie. Ed Emanuela Maggio, 36 anni e creatività da vendere, è la fata di questo posto incantato. Lavora, e intanto segue con la testa il motivo di una canzone che fruscia da un vecchio giradischi.

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No, non è un semplice negozio dell’usato. SpulciandOrtigia è il luogo in cui il passato si toglie la polvere di dosso e veste i colori sgargianti della tradizione siciliana. “Vasi, sedie, pentole e scolapasta, telefoni….tutto può avere una seconda vita”, mi spiega Emanuela con gli occhi che le brillano. Se lo è inventata lei, questo lavoro, recuperando quei saperi ormai dimenticati delle vecchie generazioni: ad esempio, impagliare sedie adoperando fibre naturali locali, o decorare legni e metalli come facevano un tempo i carrettieri. Fa tutto lei, con pazienza, passione e sana lentezza: in fondo è l’isola stessa, nel suo vivere di trasformazioni e riusi, a chiederglielo. Come rifiutarsi?

(continua…)

Siracusa, città di luce #1