Siracusa, città di luce #1

Siracusa è un luogo che ti lascia dentro un groviglio di emozioni incredibile. In questi giorni riempio la testa, gli occhi e il taccuino di note e, prima di essere sopraffatto dal sentimento, è meglio che le archivi qui, più o meno in ordine.

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La città è antichissima. Fondata dai Corinzi nel 734 a.C., divenne una delle più potenti colonie greche di Sicilia, controllando per secoli un’ampia porzione di Mediterraneo.

Patria di poeti, inventori e grandi artisti, oggi vanta un ricchissimo patrimonio archeologico e storico-artistico, inserito da oltre dieci anni nella lista delpatrimonio Unesco.

Raccontare questa tappa e le sue mirabilia in un solo post mi sembra riduttivo, così ho deciso di farlo a poco a poco, svelando il volto di questa città con la stessa lentezza con cui merita di essere assaporata.

Arrivo a Siracusa che è ormai sera. night-time.jpgIl mio alloggio si trova ad Ortigia ed io raggiungo l’isola immerso in un’atmosfera da sogno, con una luna placida e piena che sembra disegnata in cielo.

Molti dicono che Ortigia è la perla del barocco siciliano. Così, però, non le rendono giustizia. Quest’isola è un crogiolo di epoche, stili e culture tale che una definizione del genere sarebbe riduttiva.

Me ne rendo conto già il primo giorno quando, in piedi di buon’ora e rifocillato da una colazione pantagruelica (irrinunciabile tentazione in cui cade chiunque si trovi in Sicilia), inizio la mia perlustrazione.

Prima sosta, il piccolo mercato allestito quotidianamente per le vie della Graziella, il vecchio quartiere dei pescatori, nei pressi del Porto Piccolo.

Le bancarelle sono un’esplosione di verde e arancio: misticanza e verdure di campo, agrumi e dolci fichi d’India. Ma anche pesci dalle forme e le livree più disparate: lampughe, sgombri, rosse triglie…Angelo Cappuccio, uno dei pescivendoli “storici” del mercato, me li elenca uno ad uno, mentre mi racconta la storia della sua famiglia, da sempre impegnata nel settore ittico. Ha baffi folti, mani spesse e voce penetrante, lui: mi fa pensare ai rais di un tempo, quelli che dirigevano le barche dei tonnaroti durante le mattanze. Suo figlio, intanto, suona la chitarra in attesa di clienti e un vecchietto vannìa a gran voce la qualità dei suoi mandarini. La sensazione è davvero quella di essere in un piccolo suq arabo.

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La Graziella, con la sua aria vissuta, a tratti un po’ ammaccata, mostra ancora quel lato autentico dell’isola. Inseguendo i meandri dei suoi vicoli raggiungo corti spaziose oggi popolate perlopiù da gatti e fioriere, ma che un tempo dovettero accogliere decine di pescatori intenti a riparare le reti, pulire il pesce o dedicarsi a una chiacchiera tra una sigaretta e mezzo bicchiere di vino.

Passeggiando mi imbatto nelle rovine del tempio di Apollo, costruito attorno al 550 a.C. Sui gradini dell’ingresso vi è una lunga iscrizione che riporta il nome della divinità a cui il luDSC04021ogo era sacro, assieme all’orgogliosa firma di colui che ne aveva costruito il colonnato: l’architetto si chiama Kleomedes e senza alcuna modestia dichiara che il suo è un lavoro davvero ben fatto. Il mio amico Houel, che era passato da qui, non ebbe la mia stessa fortuna. Tutto quello che riuscì a vedere, infatti, furono un paio di colonne inglobate nella camera da letto di un appartamento lì vicino.

Usi e riusi che si sono protratti per generazioni. Me ne accorgo guardando il livello originale del tempio. Siamo ad almeno tre metri di distanza: tre metri di macerie, distruzioni e rinascite che hanno trasformato Ortigia in un libro di storia a cielo aperto.

(continua…)

Siracusa, città di luce #2

Sperlinga. Rocca nella roccia

Dicono che da qualche parte si debba cominciare. Ed io scelgo di iniziare il mio percorso esplorativo lontano dagli stereotipi siciliani fatti di templi greci, coste soleggiate e arsura estiva. Scelgo di iniziare in autunno, quando le giornate sono fresche e velate di malinconia, quando le campagne tornano verdi per le piogge. Di più. Scelgo di iniziare dal centro dell’Isola, dal suo cuore fatto di alture, boschi e valli.

La prima tappa è Sperlinga, piccolo borgo posto a cerniera tra la Sicilia occidentale e quella orientale, in cui la vista delle Madonie e dei Nebrodi si fonde in un unico, sconfinato abbraccio.

La macchina si muove lenta per le curve della strada che porta a questo paesino della provincia di Enna, dominato da una fortezza incastonata all’interno di un’alta rupe d’arenaria, ai piedi della quale sorge l’abitato.

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Il nome parla chiaro: Sperlinga deriva dal greco spelynx, poi latinizzato in spelunca, ovvero “grotta”. Tanto il centro abitato che il territorio circostante, infatti, è punteggiato di siti rupestri, occupati fin dalla preistoria come sepolcri o case.

Il mio amico Jean-Pierre Houël vi si imbattè quasi per caso, su suggerimento di alcuni viaggiatori suoi conterranei che ne suggerirono una visita per “amor di patria”. È qui infatti che, durante i Vespri del 1282, un manipolo di Angioini venne accolto dagli abitanti e per oltre un anno resistette agli attacchi delle truppe aragonesi.  A rendere la memoria dell’episodio eterna, un’iscrizione posta qualche secolo più tardi all’ingresso del castello. Recita: “Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit”, vale a dire che Sperlinga fu l’unica città in Sicilia a opporsi alla rivolta contro i Francesi.

Ma Houël non fu il solo a meravigliarsi di fronte a questo spettacolo. Negli anni Trenta anche l’olandese Maurits Cornelis Escher si ferma a Sperlinga, dedicando al castello una suggestiva litografia.

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M. C. Escher, Cave dwellings near Sperlinga, 1933. National Gallery of Canada

E, più tardi, lo scrittore Elio Vittorini dedica al paese un bellissimo passaggio nel suo “Le città del mondo”.

In quel preciso momento il padre e il figlio che camminavano scalzi lungo la strada delle Madonie, una cinquantina di chilometri più a nord-ovest, erano arrivati in vista della città di Sperlinga. […] “Pensa che la piazza è proprio lì davanti” gli disse. “E che la gente fa il passeggio lì davanti. E che la musica suona lì davanti. E che i fanciulli giocano lì davanti….” Il bambino lo guardò sentendolo parlare di fanciulli che giocavano, e lui si affrettò a soggiungere: “Come se fosse una chiesa o il municipio, con quella sua altezza a picco di cento e più metri…”. […] L’imperturbabile Nardo si girò nelle braccia del padre. Voleva rimettere i piedi a terra? Il padre lo lasciò fare, chinandosi poi sopra a lui per parlargli ancora. “E credo che sia una delle più fiere città che esistano al mondo. Sicuro Nardo; credo che sia lei; credo che sia la potente Tebe; quella di cui ti ho raccontato, che riuscì a liberarsi per opera di un re chiamato Edipo dal dominio di un mostro metà donna e metà leonessa ch’era chiamato la Sfinge. Perché la rupe che la sovrasta ha tutta l’aria d’essere precisamente la rupe dove la Sfinge aveva la sua spelonca…” Nardo si voltò a chiedergli: “Su in cima?” Ma conservava la sua aria pensosa e impenetrabile. E invano il padre gli parlò di altri fatti straordinari che rendevano la città, a suo giudizio, illustre e degna d’essere scelta per dimora.

In effetti, l’attrazione principale di Sperlinga è il suo mastio in parte scavato nella balza di pietra, vera e propria rocca nella roccia. Avamposto militare in epoca bizantina e islamica, venne poi cinto di mura merlate in epoca normanna. La sua funzione di castrum cambiò alla fine del XVI secolo, quando il barone Giovanni Natoli acquisì il castello e i feudi, impiantando il primo insediamento urbano.

Dopo un lungo periodo di abbandono, il monumento è stato interamente restaurato e reso fruibile alla collettività locale e a quanti vogliano scoprirne la storia.

Percorro i gradini che conducono alla fortezza, un tempo protetta da un ponte levatoio. Varco la soglia e mi aggiro per quelli che furono gli spazi e le sale signorili, un tempo illuminate da bifore in parte andate perdute. Mi spingo fino alla chiesetta del palazzo, per penetrare, attraverso una nuova scala, all’interno di scuderie, celle carcerarie e forgerie rupestri. Non manca nulla: ci sono anche grandi cisterne collegate a un sistema di canalizzazione delle acque, e magazzini per lo stoccaggio di merce e cibo. Una vera e propria architettura in negativo, fatta di sottrazioni anziché addizioni.

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Mi arrampico nuovamente verso le parti alte della fortezza. I ripidi gradini non sono finiti. Continuano con una nuova serie, interamente intagliata nella roccia. Mi conducono alle strutture difensive superiori e a quanto rimane delle torri d’avvistamento. La vista e l’aria pura che si godono da quest’altura mi ripagano della fatica dell’ascesa.

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Passo ad esplorare il borgo di Sperlinga, adagiato ai piedi della rocca. Mi aggiro per vicoli e viuzze, tra nuove case e vecchie dimore in grotta. Da qualche finestra sventolano panni stesi ad asciugare; abiti neri da lutto, strofinacci e vecchie calze: sembra il vessillo di un paese decadente. Ed in effetti, non sono molte le persone in cui mi imbatto durante le mia passeggiata. Mi spingo fino al centro, rappresentato dalla Chiesa Madre, il cui alto campanile svetta sui tetti rossi delle case. Non molto distante da lì, c’è un piccolo museo dedicato alla tessitura, dove un’anziana signora, conosciuta da tutti come zia Antonia, mi mostra in che modo veniva usato il telaio a pettine liccio per la realizzazione delle frazzate, i tappeti artigianali caratteristici di Sperlinga.

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Mi viene detto che il paese, per quanto suggestivo, sta lentamente morendo, come capita a tanti altri piccoli centri disseminati in Italia. Luoghi del genere sono affascinanti e pittoreschi, ma non sembrano offrire stimoli alle nuove generazioni, che li osservano con scetticismo e disincanto, un po’ come il piccolo Nardo del brano di Vittorini. Un vecchio signore seduto a godersi il sole chiacchiera con me: mi dice che a Sperlinga di abitanti ne sono rimasti meno di 800, ormai. Ha una parlata strana, diversa dal siciliano a cui sono abituato. Mi spiega che il dialetto di questa zona appartiene al ceppo gallo-italico, eredità di quelle genti lombardi, francesi e liguri che occuparono questo territorio dopo la conquista normanna.

Guardo un’ultima volta il gigante di pietra, le sue mura merlate stagliarsi in un cielo vestito d’azzurro sgargiante. È un posto magico, senza tempo, Sperlinga. L’aria è pura, i panorami mozzafiato, il cibo squisito; ogni pietra ha una storia da raccontare. Addentrarsi nei suoi vicoli, penetrare i cunicoli del suo vecchio mastio, ti porta indietro nei secoli, nei millenni; ti precipita nel passato. E al futuro, ci penso?

Ci provo sì, ma non riesco. Addento un pezzo di tortone, il frittellone dolce tipico di questa zona, regalo della signora Luisa, incontrata stamattina in paese. Il futuro per Sperlinga? Io voglio immaginarlo dolce. Proprio come questa frittella.

Per avere maggiori informazioni sul sito, gli orari di apertura, i costi e le attività proposte: www.sperlinga.net

C’era una volta un vecchio libro (in una vecchia biblioteca)

Devo ammetterlo: io e le biblioteche non andiamo d’accordo. Fin da quando ero alle scuole medie sono stato abituato a svolgere le mie ricerche con un pc e non all’interno di archivi polverosi. Autori, titoli d’opere, codici e collocazioni mi confondono, mi portano fuori rotta. E così, alle sei del pomeriggio, mi ritrovo ancora con una pila di libri da sfogliare senza la benché minima idea di quello che ho scelto per la mia tesina di sociologia dei processi culturali.

E poi vedo lei. Tiene tra le mani un volume dalle dimensioni esagerate, vecchio che pare una reliquia. Mi si siede accanto e lentamente apre il libro, accarezzando le pagine. La curiosità è forte. Sbircio. Sono pieni di carte, schizzi, disegni. Sono pieni di storie. Leggo il nome dell’autore e dell’opera: Jean-Pierre Houel, “Voyage pittoresque des isles de sicilie de Malte et de Lipari”. Mai sentito. Però l’espressione “viaggi pittoreschi” mi piace.

Torno a casa e chiedo all’oracolo del XXI secolo di dirmi qualcosa su questo Houel e il suo lavoro. Mica male, il tipo. Pittore, architetto, viaggiatore incallito, incarna perfettamente l’idea del moderno fotoreporter (sebbene alla fine del Settecento la macchina fotografica non fosse stata ancora inventata). Culturalmente onnivoro, decide di imbarcarsi alla volta della Sicilia per visitare e descrivere quello che ai suoi occhi appariva come “il luogo più curioso dell’universo”. Ci resta quattro anni, durante i quali riesce a integrarsi nel mood dell’isola: parla, veste e mangia locale. Visita centinaia di siti, descrivendoli minuziosamente nei suoi disegni. Incontra e si confronta con la gente del posto, di cui cerca di comprendere i punti di vista.

È ancora tutto vero? La Sicilia riesce ancora a essere terra di meraviglia per chi la percorra in lungo e in largo? E della sua gente, che possiamo dire oggi? E delle tradizioni? E delle eterne contraddizioni di quest’isola?

E se quel viaggio lo facessi io, oggi?

E se invece di taccuini, appunti e lettere, usassi un blog per raccontare la mia esperienza?

Il nome è presto detto: Sicilia Grand Tour 2.0.

Le tappe, me le suggerirà Jean-Pierre.

Comincio a prendere appunti; so già che domani sarò di nuovo in biblioteca, stavolta con le idee ben chiare, per dare un senso al mio progetto. L’idea mi piace. Assai.

In viaggio attraverso l’Isola infinita

“…perché viaggiamo, perché veniamo fino a quest’isola remota, marginale? Diciamo per vedere le vestigia, i resti del passato, della cultura nostra civilitate, ma la causa vera è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno d’ere passate, antiche, che nella lontananza ci figuriamo d’oro, poetiche, come sempre è nell’irrealtà dei sogni, sogni intendo come sostanza dei nostri desideri”. Così ragionava don Fabrizio Clerici, secondo la penna di Vincenzo Consolo, autore del romanzo “Retablo” di cui l’intellettuale illuminista è protagonista.

Mi pongo la stessa domanda adesso che un nuovo millennio è cominciato.

Quali ragioni spingono la gente a venire in Sicilia? Cosa resta del Grand Tour, degli straniamenti fantastici di questi viaggiatori curiosi di trecento anni fa?

La Sicilia rimane un’isola contraddittoria, a tratti bipolare. Marginale e remota lo è ancora, probabilmente; e al tempo stesso è crocevia di popoli, testa di ponte tra Africa e Europa, tra Oriente e Occidente. La natura che la caratterizza sa essere indomita e lussureggiante, sebbene spesso non riesca a nascondere le profonde ferite inferte dall’uomo contemporaneo. La Sicilia è terra di tradizioni e conservatorismo, ma anche di innovazione e di dinamismo. È un’isola fatta di generazioni vecchie, che si contrappongono a generazioni di giovani che, anziché piegare la testa a questo nuovo Secolo Buio e lasciare la propria terra sconfitti, si ostinano a restare. Non sono meno “cervelli” di chi parte; forse sono solo più coraggiosi.

Ho pensato a questo blog a corredo del documentario che sto girando per la Sicilia sulle tracce di Jean-Pierre Houel, reporter francese vissuto quasi tre secoli fa. Della sua immensa opera, “Viaggio pittoresco delle isole di Sicilia, di Malta e di Lipari” non voglio riproporre pedissequamente le tappe, ma lo spirito critico con cui quest’uomo, curioso e poliedrico, ha affrontato la sua avventura siciliana, trascorrendovi quattro anni, vestendo come la sua gente, mangiando come loro, svegliandosi sotto gli stessi cieli, meravigliandosi, come loro, di fronte a quella magia che solo chi vive in Sicilia, questo caleidoscopio mediterraneo, riesce a cogliere fino in fondo.